Benvenuti nella città dei nudisti

di Phil Hoad, giornalista

Nasciamo nudi, ma nessuno ci indica la strada per tornare a esserlo. Ho appena pagato i miei otto euro, varcando l’ingresso pedonale del villaggio naturista di Cap d’Agde, famoso in tutto il mondo, nel sud della Francia. E ora? Di fronte a me si apre un piazzale ampio e desolato. Mentre un gruppo di ragazzi con cappellino da baseball lo attraversa a passo deciso, chiedo alla guardia che si trova all’ingresso dove mi posso cambiare. Mi indica con la testa alcuni armadietti. Anche se abbassarmi i pantaloni proprio qui all’ingresso mi sembra una cosa strana, c’è solo una cosa da fare: seguire l’esempio dei naturisti. Alcuni minuti e mezzo flacone di crema solare più tardi, eccomi rannicchiato su una spiaggia mediterranea, un po’ imbarazzato e come mamma mi ha fatto: un inglese bianco come una mozzarella in mezzo a un tripudio di natiche abbronzate.
La procedura d’ingresso è un po’ spietata, ma una volta dentro ci si trova davanti a qualcosa di unico: una città perfettamente funzionante con una popolazione perlopiù nudista che d’estate raggiunge i quarantamila abitanti. Il giorno dopo sono già felicemente in fila nudo alla gastronomia del posto per comprare il tabulé e l’insalata di polpo, mentre una coppia di gay muscolosi si concentrano acquistano carne di manzo.
Fin dagli anni novanta, Cap d’Agde si è costruito la fama di luogo per rimorchiare per antonomasia. I libertini e gli scambisti d’Europa vengono qui per partecipare a quella che Michel Houllebecq ha immaginato come la “socialdemocrazia sessuale” perfetta nel libro Le particelle elementari. Tuttavia qui ci sono tutti gli edifici di una città normale: una banca, un ufficio postale, diversi supermercati e centri commerciali che ospitano parrucchieri, pescherie, ottici e negozi d’abbigliamento. Dappertutto commessi completamente vestiti (una consuetudine che, a quanto pare, ha preso piede in maniera spontanea) servono, con una surreale naturalezza, la clientela senza veli.
Nel 2012 San Francisco, una città che è sempre stata tollerante, ha vietato la nudità in pubblico.

Da nessun’altra parte nel mondo esiste un luogo analogo di queste dimensioni. La maggior parte dei villaggi naturisti sono dei rifugi idilliaci lontani dalla vita cittadina. Lo scorso anno Monaco di Baviera ha creato sei zone urbane per nudisti, che però si trovano in parchi isolati. Nel 2012 San Francisco, una città che è sempre stata tollerante, ha vietato la nudità in pubblico, fatta eccezione per alcuni eventi pubblici che ricevono un’autorizzazione speciale.

Il rifugio naturista di Cap d’Adge, tuttavia, è una città fin dalla sua creazione. Esisteva da queste parti un piccolo campeggio nudista dal 1958, ma a metà degli anni sessanta la Missione Racine, nata per volontà di De Gaulle per sviluppare l’economia turistica della regione Languedoc- Roussillon, ha favorito la nascita dal nulla di sei moderne stazioni balneari. Ancora oggi si tratta di una delle operazioni immobiliari pubbliche più grandi di sempre.
Nonostante originariamente non ne facesse parte, il naturismo ha finito per essere incluso nel progetto. Nessuno sa esattamente perché, ma le dottrine purificatrici del naturismo e del modernismo hanno finito per trovare una sorta di punto d’incontro ideologico: lo stesso Le Corbusier amava andarsene in giro nudo in Costa azzurra e il suo maestro era anche quello del principale architetto di Cap d’Agde, Jean Le Couteur. I fratelli Oltra, proprietari del campeggio originario, contribuirono a fare approvare il piano di costruzione di un nuovo villaggio naturista, che cominciò a essere edificato al posto delle paludi locali all’inizio degli anni settanta.

“Il villaggio non è cresciuto così, da solo”, dice Christian Bèzes, direttore dell’ufficio turistico di Cap d’Agde. “Fa parte di un sistema urbanistico più ampio che segue i principi di unità architettonica, priorità per i pedoni e vicinanza al mare”.

Il minimalismo è d’obbligo per quanto riguarda i peli pubici. Massimizzare il contatto con la natura era un requisito fondamentale per i naturisti: un elemento che mi trovo ad apprezzare mentre me ne sto a sorseggiare dell’acqua nei giardini di Heliopolis, il soleggiato residence a forma d’anfiteatro vicino alla spiaggia. Qui nessun edificio supera i quattro piani. Tutto a Cap d’Agde doveva servire agli esseri umani, secondo Le Couteur, il quale dichiarò che “l’architettura non è essenziale: è effimera. È l’urbanismo che durerà”.
Il minimalismo è d’obbligo per quanto riguarda i peli pubici. A quanto pare sono l’unica persona in tutta la città a non averli rasati, e mentre passeggio in spiaggia mi sento come un uomo di Neandertal appena uscito dall’ibernazione e che non ha ancora scoperto la depilazione.

Il naturismo ha regole molto severe.
All’estremità occidentale della spiaggia, dove la nudità è obbligatoria, un canale segna i confini del villaggio. Qui gli sci d’acqua solcano il Mediterraneo davanti a dei textiles (le persone che indossano vestiti, secondo il gergo dei naturisti) che sorridono e salutano dalla riva opposta. “Il naturismo è praticato da milioni di persone, non è una cosa stravagante”, fa notare Bèzes. “Anche se così potrebbero pensare alcune persone. Per questo è indispensabile una barriera”.

Non sta parlando solo del canale: un recinto sorvegliato conduce al punto d’ingresso e regola l’ingresso al villaggio. Solo questa severa delimitazione rende possibile la libertà che esiste all’interno, dove peraltro è vietata la fotografia. Anche i giornalisti non sono graditi, come scopro quando alcuni dei personaggi più in vista del villaggio mi negano un’intervista o quando vengo sottoposto a un rigido interrogatorio sulle mie reali intenzione prima che un barista accetti di parlarmi.
Alcuni cartelli minacciano un anno di reclusione e quindicimila euro di multa per chiunque pratichi atti sessuali in pubblico, a riprova del delicato compito che, da queste parti, devono svolgere le forze dell’ordine.
È una località di villeggiatura naturista, ma i negozi più diffusi sono quelli che vendono vestiti. Dagli inizi degli anni novanta è cresciuto il numero degli scambisti, che hanno sostituito i casti naturisti tradizionali. Si tratta di una rivalità molto amata dai giornalisti, che hanno visto lo zampino dei naturisti dietro gli incendi che hanno colpito i locali per scambisti alla fine degli anni novanta. Quando, come era inevitabile, questo tipo di divertimenti si è riversato dalle darkroom alle spiagge, sono aumentate sia la notorietà del villaggio sia la censura.

Allo stesso tempo, tuttavia, Cap d’Agde ha finito per dipendere economicamente dai suoi visitatori con il gusto per il sesso. Dappertutto ci sono negozi d’abbigliamento feticista. “È una località di villeggiatura naturista, ma i negozi più diffusi sono quelli che vendono vestiti”, dice ridacchiando Richard, cameriere in una pizzeria e frequentatore del villaggio da undici anni. “Sono gli scambisti che fanno andare avanti questo posto. Portano la loro energia e attirano i curiosi”.

Vigilare su una città di nudisti richiede un approccio attento da parte della polizia, che si affida ai locali affinché mantengano l’ordine e collabora con la sicurezza privata, perché intervenga quando necessario. I Crs, la divisione d’élite della polizia francese, è pronta a smorzare qualsiasi eccesso in spiaggia nei mesi di luglio e agosto, quando è presente il più alto numero di famiglie. La popolazione è piuttosto variegata: nonne e nipotini, donne che vanno in giro con catene da schiavi, coppie di mezza età con sarong fioriti, agricoltori della Linguadoca. In realtà la cosa più spinta che osservo è un Adone che prova a sedurre una coppia abbronzatissima in mare. Non c’è traccia delle molestie sessuali di cui talvolta si sente parlare. Si dice che la microcriminalità sia più bassa in spiaggia che negli altri luoghi della città. “E dov’è che dovrebbe nascondere la refurtiva un ladro? Su per il culo?”, si chiede Johnnie Walker, l’unico proprietario di bar straniero del villaggio.

Bèzes sostiene che il rapporto tra il villaggio e il resto della città si è ormai completamente “normalizzato”, un’affermazione che cela il crescente senso di abbandono. “Se guardi il lungomare nella parte principale di Cap d’Agde, ti accorgi che è immacolato, e anche la spiaggia di Marseillan è tenuta molto bene. Ma noi che siamo in mezzo siamo stati dimenticati”, dice il proprietario di un bar il quale, come quasi tutti qui, ha preferito restare anonimo. Praticamente tutte le persone con cui parlo fanno riferimento alle strade malconce, ai cestini stracolmi e alle tubature ostruite dalla sabbia.

In molti credono che il Comune tragga un enorme profitto dal controllo della porta d’ingresso (la cifra ufficiale è di 1,3 milioni di euro all’anno, ma mi viene detto che è in realtà è molto più alta), ma non reinvesta abbastanza di quella cifra. L’isolamento topografico del villaggio sembra essere stato rafforzato a livello amministrativo, determinando una situazione caotica: è raro che le associazioni di proprietari immobiliari, quando si tratta di reclamare dei miglioramenti, riescano a mettersi d’accordo. Adrien, che incontro in una farmacia, ritiene che il fatto che molti residenti siano stagionali, e non possano votare, crei un grosso svantaggio al momento di andare alle urne.

Lo stesso Le Couteur ha qualche responsabilità. Date le monumentali strutture che dominano questo singolo chilometro quadro (il resto di Cap d’Agde è costruito con un più rustico stile “neo-linguadocano”), viene da chiedersi quanto esse siano davvero pensate per i bisogni degli abitanti in carne ossa. Il suo grandioso idealismo mancava di flessibilità: nel suo entusiasmo per la pedonalizzazione, ha relegato le strade principali ai margini della città, rivelandosi incapace di prevedere il numero crescente di persone che avrebbero voluto recarsi in automobile fino alla porta. Anche la mancanza di parcheggi rappresenta oggi un problema. I parcheggi e le strade sono in cima ai programmi di Ambition Agde 2020, un grande piano di riqualificazione che prevede di estendere l’uso di mezzi di trasporto leggeri, come le piccole auto elettriche usate nel campeggio Oltra, a tutto il villaggio.
Questa è la prosaica realtà della città nuda: anch’essa dipende, come tutte la altre città, da elementi banalmente pratici. Ma forse la sua vera genialità risiede nel campo delle relazioni umane. Se questa fragile utopia fosse estesa a una metropoli, avrebbe un enorme vantaggio: l’effetto di uguaglianza che nasce dall’andare in giro in bicicletta con il pene che ciondola sul sellino. È vero che il villaggio ha sviluppato uno suo peculiare tipo di divisione sociale, naturisti contro scambisti, ma tra i due clan le affinità (e i rapporti sessuali) sono più numerosi di quanto dica la stampa francese.

Seduto sulla terrazza che domina il mare, Walker saluta i suoi clienti nudisti abituali che passeggiano sul lungomare. Anche se tiene a chiarire di non essere un naturista, non ha dubbi: “Se ci fossero più posti come questo, il mondo sarebbe un luogo migliore”.
(Traduzione di Federico Ferrone per l’Internazionale)
Questo articolo è uscito sul Guardian.